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lunedì, novembre 09, 2009

PER TASLIMA NASREEN


Matrimonio felice
di Taslima Nasreen
[traduzione di Laura Pecoraro e Ilaria Ricci]

La mia vita, come una lingua di sabbia,
è stata scavata da un mostro di uomo
che vuole sotto il suo controllo il mio corpo
così, se lo desidera,
può sputarmi in faccia,
schiaffeggiarmi il viso,
darmi un pizzicotto sul sedere;
così, se vuole,
può derubarmi dei vestiti,
tenere stretta nella sua morsa la mia bellezza nuda
così, se lo desidera,
può incatenarmi i piedi,
senza uno scrupolo frustarmi
mozzarmi le mani, le dita,
spargere sale sulla ferita aperta,
gettarmi pepe nero macinato sugli occhi
con un pugnale mi può sfregiare la coscia,
può appendermi a una corda e impiccarmi.
Il suo obiettivo: controllare il mio cuore
Così lo amerei;
la notte, insonne nella mia casa solitaria, colma di ansia,
aggrappata alla grata della finestra
lo aspetterei singhiozzando;
con le lacrime che scorrono, cucinerei il pane fatto in casa,
berrei, come se fossero ambrosia
Gli schifosi liquidi del suo corpo poligino,
così, amandolo, mi scioglierei come cera,
senza alzare lo sguardo su altro uomo.
Darei prova della mia castità a vita.
Così, amandolo,
in una qualche notte di luna,
mi suiciderei
in un attacco d’estasi.



Prima la Parola, poi la Persona.
Di Taslima ho conosciuto le Poesie – prima, le Pupille – poi. Le avrei prestato corpo e voce a Monfalcone. Ero fiera e come attrice e come artista e come anima: Taslima ha Operato/Opera il Cambiamento, pagandolo sulla propria pelle. Ero fiera, piena di [quello che non saprei definire altrimenti:] timore reverenziale. E raramente provo timore reverenziale per i vivi…
Mi sono avvicinata ai testi di Taslima con lo stesso rispetto, con lo stesso timore reverenziale – riservato ai Classici: quando la portata del messaggio è così devastante [per Giustizia, Verità, Tensione, Crudezza, etc…], esserne all’altezza nel ruolo di messaggero – non è *cosa semplice* [e un Attore lo sa, lo sente: quel peso, quella responsabilità]. Preda del *come rendere al meglio* mi avvicinai ai testi di Taslima, senza sapere come Taslima si sarebbe avvicinata a me.
Considerato che [fuori dal palco] la mia tenuta *più tenera* era/è una maglia raffigurante la Morte con tanto di falce borchiata – sarebbe stato più che comprensibile scegliesse diverso interprete italiano per i suoi testi.
Taslima, invece, mi sconvolse per Dolcezza e per Sensibilità [sconvolgimento che – torno a ripetere – raramente mi suscita *essere umano vivente*], ascoltandomi e abbracciandomi. E fu confronto e dialogo circa la *condizione delle donne* e fu così che le raccontai di come – anche nella *civilissima* Italia – le donne siano picchiate, stuprate, violentate da padri, patrigni, fratelli, fratellastri, fidanzati etc… E come l’Amore Uno unisce il mondo, così l’Orrore Uno – lo piaga.
E ancora: le chiesi se preferisse un abbigliamento *più sobrio* [vedi alla voce: eliminare catene, stivali di pelle sopra al ginocchio & co.] nel quando avrei recitato e lei, sorridendo, sbigottì: «e perché? Vai benissimo così!». Felice io, di rimando: «sai, in Italia, se ti vesti così, di solito ti danno della puttana!». E ridendo lei: «allora sei perfetta! Perfetta per i testi!».
E nel mio momento triste [uno dei tanti], incrociandoci, non avendo forza per dire/tradurre altro commentai quanto bella fosse la sua pashmina – Taslima se la tolse e me la mise al collo: «è tua!». E regalò una nota arancione per vincere il nero totale [fuori e dentro metafora]. Per quanto devastante fosse il suo vissuto – mezzalunò il sorriso nel miocardio malmenato. Un gesto Grande che solo la Grandezza con-sente.
E mi commossi quando mi spiegò che dovevo cambiare la traduzione del suo *La ragazza della Svizzera*: «you have to translate *to an Italian girl*, that’s for you!»]. E questi non sono che pochi preziosi ricordi – incisi nel mio personale percorso da Taslima.
Per il Percorso che ha inciso, tracciato, segnato [e ha pagato e paga; e ha scontato/e sconta] – per l’Umanità tutta, il MINIMO Atto per dirle grazie, è una firma:


Chiara Daino

lunedì, novembre 02, 2009

DAMA GOES TO HELL

[Dama @ Teranova Festival, Roma, Fotografata da: Vanhacker ☭]


Lettera aperta – rivolta ai soli rocker e metallari
[e a qualche sparuto neurone sopravvissuto in un certuno, coraggioso, cranio]

Miei amati Voi,
la domanda che, puntuale, mi piomba sulle borchie – nell’ultimo periodo [periodo che dura da un triennio, ma lasciamo perdere] è: «ma che cazzo ci fai tu qui in mezzo?». Nulla? Casino? Espiazione volontaria di peccati karmici? Fioretto perpetuo? E per quanto responsabile possa essere – l’unica risposta che rispecchi realtà oggettive è: «combatto i mulinai a vento». Ogni tanto capita [e Lemmy li/vi benedica] qualcuno che non storca il naso e non sciorini – rigorosamente in sestine liriche – ribrezzo e disgusto. Violare il sacro tempio di Apollo con un corpo di Metallo è oltraggio che la Cultura [quella che, per inciso, si Autoriconosce/Autodefinisce tale] non può non solo tollerare, ma neanche concepire. E così, scopro [sì, insomma, non scopro un tubo: ora ne ho semplicemente le “prove scritte”] che “la bassa cultura di massa” NON è il Grande Fratello o Reality simili, NON la feccia lucchettara pubblicata, NON un Paese di Candy Candy dove tutti sono buoni-bravi-buonisti-benigni-benefattori [e poi sono pronti a sgozzarti/sgozzarsi pur di sentirsi dire/dare dei migliori], NON la farcitura citazionista e di aria fritta, NO! “La bassa cultura di massa” è il Rock, è il Metal. Anche il Rock e anche il Metal, per essere precisi: ci dividiamo la grandine accusatoria di Arcadici/Accademici anche con i Fumetti…
In alto, lassù, nel Paradiso del “Glorioso Gotha”, quando proprio ci va di lusso, siamo topastri da laboratorio – da osservare con rigoroso, implacabile, occhio/orecchio critico. Ottimo! Se questo è il Paradiso, resto nel mio Inferno – nel basso di chi si sporca con la vita vera. E non passa il tempo a spaccar specchi [avete mai provato a far, gentilmente, notare – a loro, all’alloro nelle piccole cerchie concluse – che non sono i “più intelligenti del Reame?”. È un’esperienza mistica: in un attimo verrete assaliti da Puoti, malmenati da Wittgenstein, trafitti da Dostoevskij. Non propriamente da Puoti, Wittgenstein e Dostoevskij – per palesi motivi – ma dai loro accanitissimi alfieri. Eh sì che NON mi risulta né il Rock né il Metal abbiano mai fatto niente né a Puoti, né a Wittgenstein né a Dostoevskij].

Questa mia solo perché: constatato [e non ci vuole un genio!] che il pubblico di un qualsiasi ROCK IN RIO è stato/è/sarà necessariamente più ampio del pubblico di un qualsiasi reading Poetico [e si sprecano i perché di questa Realtà] – sono stata accusata di bieco capitalismo:

http://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/io-marilyn-monroe-shakespeare-francis-bacon-e-la-bellezza-dopo-l%e2%80%99annuncio-del-grande-onanista/#comment-122974

Questa mia solo per: ringraziare chi pompa sangue per il futuro e non psicopompa passatismi facendosi – vicendevolmente – fellatio mentali.

My Best Growls,
CD

giovedì, settembre 24, 2009

Absolute [Metal] Poetry

«La storia del metallo è la storia della civiltà. Sono due realtà inseparabili:
l’una dipende dall’altra per il proprio sviluppo»


[citato da Vasco La Salvia in:
Archeometallurgy of lombard sword, from artifacts to a history of craftsmanship]





il massacro che sono, – sapevi chi ero:

ero tutto! – quello che mai, non hai mai visto
io ero la ferita, e didentro quel tuo scheletro
ti cavo e ti ficco – laggiù – sotto quella lapide


io sono la lama, il sogno dell’uomo
dell’uomo fiero – io sono – lo stilo
e sono il Coltello, insegno lo squarcio
nella tua vita – [ sono io, la sciabola:]

io sono la spada, la parola più Divina


tenta pure, come ti pare, tanto non puoi vincere
sono io che taglio le teste, io chi trancia il teschio
io ferisco: affondo, e posso – falciare all’istante
tutto – dipende: dalle mosse che porti. a termine

io sono la lama, sono la speranza in rovina
sono il coltello che opera: la morte in vita
io sono il bisturi, per inciso, incido per te
sono l’arma che incide chiara la parola fine



io sono l’ascia – che ti congela cadavere
sono la scure che ti secca lungo la tratta
io sono la spada, porto la voce: «timore
di Dio» – sono la spada [io esigo non esito!]

e sfilano i secoli, resti cenere – nella corrente
io resto e resterò luce, lucendo nello scandalo
del metallo che incarno, dell’acciaio che senti
come cantano i morti, com’è il coro del ferro

io sono la lama: eccome
mieto ogni tuo «giuro!»
io sono la lama: diritto, rovescio – e ti taglio!
io sono la lama, la lama – della lancia sacra
io sono la mazza, io sono il calcio in bocca
il pugno in faccia [lo schiaffo alla coscienza]
io sono l’ascia che annienta – come mosca
ogni protagonista [fine del topo per ogni poeta]



io sono la spada: e seguo la mansione divina

[I am the sword, Motörhead, da Lupus Metallorum]





Leggenda vuole che prima – fu: La Gioiosa. Prima. Altachiara venne prima. Così dice la Leggenda. Prima della Lama. Prima di Lemmy che è – Ora. Di mettere i puntini sulla o di Motörhead! Fioretto per il mese di marzo: smettere il fodero. Smettere il sangue: sono stanca della veste rossa. Abito da tempo – l’autolesionismo e il mea culpa, il perdono e il taglio delle braccia. Delle mie ferite, delle mie molte bocche, nel rito/ritiro, nel macero, nelle conche di silenzio. Lasciata sola, con la mia spada. E farmi male – mi è sempre riuscito bene! Alla fine, lo sapevi – tu, come tutti – ferire a morte chi ho molto amato, un Amico, non ero in grado. E tu hai calpestato – come tutti – il corpo di donna, stanca. Stanca di essere sola e solo quel corpo – di donna. E chi calpesta oggi, forgia domani: la lama che sono.
E mi spoglio di quel corpo di donna, e nudo il fodero e: guardami ora! La bella veste bianca dell’arma! È il mio corpo nuovo, è la mia lingua chirurga et MULTA – METALLA! e si prepara: quel corpo a corpo, organizza! Ora vediamo: chi orgasma…

Mi hai lasciata – come tutti – sola. Quello che non sai, che non sai ancora, che non vedi come brilla la lama – è il filo, è pronta e si prepara. E quando ti trova? Puoi scommetterci: tutta la tua ipocrisia, la tua chitarra sospesa al muro, quel tuo culo che troppe volte ti ho salvato, quella tua ganga come la cagna tanto frigida quanto mi odia, e giocati anche il diploma!, da infermiere [no! non faccio mai confusione! E l’uno e l’altro – vi verrò a trovare],… scommetti? scommettete pure!, che tanto: la spada chiara – quando promette, mantiene. E sempre ti passa: a trovare. La verità, mio caro Damocle, pende. La verità ti trova. Per dovunque continui la tua fuga. Ti trova. La verità è pazienza infinita, è goccia che ti scava. La fossa. La verità centellina l’attesa di quel solo, preciso, colpo di spada. E schianta. Te e chiunque abbandona, ma non ammazza. Non è così che si spurga una coscienza: certa merda – ritorna, perfetta perché cresciuta, da quella fogna che l’ha deietta e scaricata.


Mi avete lasciato. Sola, con le bare piene delle vostre secrete intimità. Quelle che più non volete qualcuno scopra. Avete dato l’arma in mano alla bambina. E la bambina impara, anche da sola. L’efficacia di un’arma – l’efficacia di una lingua. Che cambia: e la bambina e l’arma. E diventa: la bambina con l’arma. E imita: la bambina è come l’arma. Poi metafora e poi modifica – tutta la genetica. E la bambina è l’arma e l’arma è la bambina. E tu? Sei una spada? Sei una spada che basta per la bilancia? La patria – come la pelle – si salva col ferro! Ricordi Brenno e Camillo? Ricordi quella bambina? Estàsiati! Voce imperativa! È un’arma! Miracola! l’Essere: l’Arma! Il vantaggio che mi titilla la vittoria: io sono. E ti conosco. Io sono e vi conosco, tutti. Puoi tu? Potete, forse, dire? E dire – lo stesso – di me?


Liquidare nella follia non è semplice – quando la follia è lucida – come la spada [che senti quanto ficco la mia risata a fondo?] – dalla cute che ti calotta il cranio al corpo cavernoso che ti coccola i coglioni – farò passare la lama, prima. E la lingua, poi – sulle mie labbra, in glifo di ghigno. E farò trapassare il tuo tempo, tutto il tempo perso con te, e con tutti gli altri. E leccherò la bellezza del gesto, che non dirmi ti sei dimenticato: eri sempre al mio fianco. La spalla, sempre presente. Al mio fianco. E non: nel fianco. La spina – che lenta, nella carne, infettava. Non capii. Non volli capire. Non uccise. E si sa: fortifica. E sull’unghia di quell’alba ho capito: ero sola. Lo sono sempre stata. Sull’unghia di quell’alba – si è aperta una nuova forma. Non ero più. Non avevo più pelle, né carne, né ossa, non i piedi, non le mani, non più zigomi. Non una bocca, non uno spazio vuoto, non più il sesso né lo scheletro. Mai più: la bambina. Sull’unghia di quell’alba ero sola, ero solo: un disegno perfetto e un’anima di metallo.


«Tu non cammini, tu non ti muovi, tu fendi l’aria – di taglio»: questo mi disse, varcata l’alba, il Fabbro. E ancora: «affonda! L’elsa non ti appartiene. Nessuno ti manovra. E nessuno ti può manovrare. Mai più». E questo è l’inizio che impatta l’essere altro, l’arma una, una volta squarciata la tela – spicca e sibila e strazia! La lama, offesa, ora offende. La lama una. Con una sola, grande verità: posso combattere da sola. E da sola combatto. Ti combatto, vi combatto. E nello scontro, non scordarti: sono più dura di te, sono più dura della “vecchia bambina-me”, e sono decisamente più precisa più lucida e più furiosa di te. Io sono la solitudine. L’arte delle spada. È tardi perché qualcuno mi regali uno scudo. Sono spada e penso spada. E scrivo spada. E spada scrive la sua poetica: nel sangue. E spada pratica, pratica l’atto – dell’ultimo segreto, che l’unghia di quell’alba incise – le lettere, sul ferro battuto. Un motto, un motto uno, intarsiato:





L’IRA


decisamente: il mio peccato preferito




http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1795

http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1776


venerdì, settembre 11, 2009

RAPPORTO CONFIDENZIALE







RAPPORTO CONFIDENZIALE rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO17 SETTEMBRE'09
http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=2880 ANTEPRIMA
http://www.rapportoconfidenziale.org/

aiutateci a diffondere la rivista!!!


EDITORIALE di Alessio Galbiati
Numero ricchissimo quello che vi capita di fronte agli occhi: cinquantotto pagine dedicate al cinema nelle sue molteplici forme, introdotte dallo sguardo smarrito e sospeso di Monica Vitti nella copertina di Maurizio Giuseppucci. ...l’incomunicabilità di Antonioni non è poi un tema così inattuale...
Intanto Venezia volge al termine producendo, al solito, il solito smarrimento in chi guarda alla laguna da lontano (vero e proprio panico invece per chi vi è immerso fino al collo); dai segnali di fumo che giungono dal lido siamo rimasti folgorati dalla rabbia di Abel Ferrara nell’aver visto profonato uno dei suoi capolavori: «…I’m not doing the prequel to Aguirre: the Wrath of God, OK? Let me put it that way!».
Comunque di Venezia sul numero17 di RC non c’è traccia, al solito siamo persi in un percorso tutto nostro, erratici nel cinema e nella sua storia, cercando ogni volta di tessere un legame con la nostra stessa storia, alla ricerca di un senso delle cose che non necessariamente esiste.
Insomma,
Buon lettura..


SOMMARIO
04 La copertina. Maurizio Giuseppucci
05 Editoriale di Alessio Galbiati
06 Brevi. appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati e Roberto Rippa
07 DOC3: il documentario in televisione. Intervista a Lorenzo Hendel e Luca Franco di Alessio Galbiati
12 LINGUA DI CELLULOIDE La grande bouffe cineparole di Ugo Perri
16 RC SPECIALE. SECONDA PARTE
AUGUSTO TRETTI, o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa
La legge della tromba di Alessio Galbiati 17
Alcuni giudizi sul film La legge della tromba 21
Filmografia sintetica 23
Resistenza e cinema: Augusto Tretti racconta di Lorisa Andreoli 24
27 Ivan Zuccon e l’imponderabile fascino dell’orrore di Alessandra Cavisi
29 RC SPECIALE. 62° Festival del film Locarno 5-15082009 a cura di Roberto Rippa
LOCARNO 62. Brevi cronache dal Festival internazionale del film di Locarno 2009 di Roberto Rippa 31
CONCORSO INTERNAZIONALE
Akadimia Platonos > Filippos Tsitos 32
Buben, Baraban > Aleksei Mizgiryov 33
La donation > Bernard Émond 34
Nothing Personal > Urszula Antoniak 35
ICI et AILLEURS
Dirty Paradise > Daniel Schweizer 36
Itiburtinoterzo > Roberta Torre 37
CONCORSO CINEASTI DEL PRESENTE
October Country > Michael Palmieri e Donal Mosher 38
Todos mienten > Matías Piñeiro 39
Intervista a Matías Piñeiro di Roberto Rippa 40
45 Rosso come il cielo di Alessio Galbiati
46 Accolti a braccia chiuse. Il cinema di Alvaro Bizzarri di Donato Di Blasi
48 SECONDI POSTI IN PIEDI. Carlinghe Roventi. The Stewardesses - Le assistenti di volo in 3D di Al Silliman Jr.di Roberto Rippa
49 LO SCHERMO NEGATO. Loren Cass di Roberto Rippa
50 Il medico della mutua di Samuele Lanzarotti
52 ABDICAZIONI. L`archivio letterario di Rapporto Confidenziale a cura di Luca Salvatore
Epicleti di Gian Paolo Guerini 52
Sbrigare il soggettile. Forsennare l’insensato. Anti-strofi. Maquillage, - impostura di Luca Salvatore 53
[Archi di] Pietra di Chiara Daino 54
Paolo Fichera
56
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RAPPORTO CONFIDENZIALE rivista digitale di cultura cinematografica
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journals : luca salvatore│et ce fut toujours vidange pour ange,
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website : http://www.deadcityradio.it/ ›› info@deadcityradio.it


E si ringrazia Luca Salvatore nell'Arco che.

lunedì, agosto 31, 2009

MOLTEN METAL
















mercoledì, agosto 19, 2009

LO SCANDALO DELLA POESIA



PAROLE & IMPEGNO



Nuovi autori Poeti dissidenti, criticano l'omologazione del consumismo e dello spettacolo
Versi che parlano anche al movimento: «Ci sognavate tutti tronisti e veline. Vi sbagliavate»



Lo scandalo della poesia che si permette di fare politica

Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro poeti a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Alla crisi della politica questi giovani poeti offrono una direzione verso cui guardare. Da leggere - Voci critiche per sonetti e poemetti Voci giovani di poesia, poeti se non militanti, ma molto critici con l'omologazione culturale, il degrado del linguaggio e dei valori. Parliamo di Stefano Sanchini che ha all'attivo la raccolta «Interrail» (Fara), Danni Antonello, che ha pubblicato il poemetto politico «Italia», di Matteo Zattoni, che ha tre raccolte in libreria («Il nemico», Il ponte vecchio, «Il peso degli spazi», LietoColle e «L'estraneo bilanciato», Stampa); infine di Chiara Daino, autrice del romanzo «La merca» (Fara). La sinistra - Dov'è finita la questione culturale? Chiedono i quattro autori. Dietro la grande rappresentazione della banalità omologata italiana, cresce e si sviluppa una nuova generazione di poeti italiani. Nati a cavallo tra gli anni '70 e i primi '80, studiano Pasolini, criticano il presente, criticano l'omologazione del consumismo e dello spettacolo. «Profanare il tempio delle banalità di massa con lo scandalo della poesia. Oltraggiare l'epoca a colpi di amore». La sinistra dovrebbe saperli accogliere, promuovere, incoraggiare. Non lasciare disattesa proprio la gramsciana «questione culturale» di cui invece si appropria la destra, con i vari Dell'Utri, Crespi e Davide Rondoni. È sempre una violenza costringere la poesia a categorie di lotta politica; ma pure questi giovani scrittori molto avrebbero da dire ai ragazzi che si sono riconosciuti nello slogan: «Ci sognavate tutti veline e tronisti: vi sbagliavate». Pensiamo al marchigiano Stefano Sanchini (1976), il cui esordio risale al 2008, con la raccolta Interrail (Fara) e con il poemetto di teatro in versi Via del Carnocchio, roversianamente ciclostilato in proprio ed altrettando distribuito. Immaginiamolo in piedi, dunque, nel mezzo di un incontro pubblico, scandire con voce di fuoco: «aspiro ad essere / l'anello malato della catena di montaggio / aspiro alla solitudine e all'ingiuria / ho paura, certo / il sogno era un altro e c'erano gli altri / con il loro viaggio a incontrarsi / che vivi siamo in questo tempo / ma dove sono gli altri? Dove / le provviste?».
Danni Antonello (1978) è invece un giovane poeta veneto, traduttore dal francese, direttore della piccola ma sempreverde casa editrice La spina, in provincia di Padova. La sua parola, orfica e incivile, ci ricorda Dylan Thomas, Jean Genet, Rimbaud, la sua rivolta è anarchica e individuale: «come il gabbiano che controvento / cede alla raffica e vira». Maleggiamolo anche dal poemetto politico Italia, stampato dall'Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione: «In viale dei tigli ad ogni tiglio sta appesa una corda, / spessa quanto forte quanto duro è il collo spezzato / dell'uomo che ha impiccato: l'antifascista, il partigiano / che un secondo prima di morire muto come l'orgoglio / dentro di sé ha pensato: / “Non basteranno tutti i tigli del mondo / per impiccare un popolo”».
Del lombardo Matteo Zattoni (1980), già uscito con Il nemico (Il ponte vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005) e L'estraneo bilanciato (Stampa, 2009), ha già ben scritto Gianluca Pulsoni: Zattoni «legge il mondo come luogo del pensiero e del possibile recuperando il desiderio poetico e “politico” di tornare a percepire la realtà nel suo dinamismo dialettico. Per esprimere, nel suo realismo, l'immagine come contenuto di verità e domanda». (La Gru n.5, luglio 2008). È vero, se nella silloge dall'evocativo titolo situazionista Il mondo senza spettacolo il poeta profana il dogma del controllo securitario e finanziario («Adoro sorridere dentro le banche / alle loro telecamere, alla ricerca del piccolo / particolare l'idiota mi scruta con grande / attenzione, forse allerta il servizio / d'ordine – cos'avrà quello / da sorridere?») e amaramente ci interroga: «come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo neanche più a cambiare / canale (...)?».
Infine spostiamoci a Genova per incontrare Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l'io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale: «Questa è la generazione di Jenny. Meditate, genitori, meditate. Pensierino del giorno: le cellule impazzite della generazione, da voi generata, dovrebbero impedirvi di dormire sereni (...), il frutto del vostro ventre si getta dal palazzo più alto perché ha preso solo un 27 all'ultimo esame e non vi ha resi abbastanza orgogliosi: non ha compiuto “il suo dovere”».
Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro, di una lunga lista di nuovi autori a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Insomma, torni la sinistra ad investire sulla cultura: alla crisi della politica omologata e scollata dal reale, questi giovani poeti italiani sanno rispondere, offrendo, se non ancora una risposta, una direzione verso cui guardare. Ascoltiamoli.

Davide Nota

[l'Unità, 18 Agosto, 2009]

http://davidenota.splinder.com/post/21141057/%22Lo+scandalo+della+poesia+che+

http://farapoesia.blogspot.com/2009/08/sanchini-antonello-zattoni-daino-e-lo.html

lunedì, agosto 10, 2009

FLEUR DE LYS SUR L'ÉPAULE DE MILADY

... qu’elle était marquée:

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=9266

[e ringrazia Claudio Di Scalzo e TellusFolio e lo Scaffale e il Marchio sulla spalla sinistra... ]


Every time I see,
My eyes,
In my reflection...
I can't help but be disappointed,
At who I am...

And everytime I feel,
My skin,
Breaking on metal...
It helps me be quiet,
And quiet's where I need to be...

Scars on my skin...
Scars on my heart...
Scars on my soul...
Reminding me of myself...

Scars on my skin...
Scars on my heart...
Scars on my soul...
Reminding me of myself...

And if I let you in,
You'll tear me apart...

Every time I feel alone,
And left forgotten,
I have to believe in something...
Like angels,
To breathe...

And every time I see,
My pain,
Beating in rythym...
I need to be silenced,
In silence where I hide my fear...

Scars on my skin...
Scars on my heart...
Scars on my soul...
Reminding me of myself...

Scars on my skin...
Scars on my heart...
Scars on my soul...
Reminding me of myself...

And if I let you in,
You'll tear me apart...

So just hold me,
Wrap me in your arms,
Don't let me fall again...
Teach me,
So I don't have to learn anything more from you...

Isn't my pain good enough for faith,
In you?
Isn't my pain good enough for faith,
In you?

So just hold me,
Wrap me in your arms,
Don't let me fall again...
Teach me,
So I don't have to learn anything more from you...

Isn't my pain good enough for faith,
In you?
Isn't my pain good enough for faith,
In you?

[Elegeion, Scars]

Isn't my pain good enough?